lunedì 12 marzo 2012

Dizionario della Crisi

BONDHOLDER (OBBLIGAZIONISTA) 

È il termine anglosassone per definire gli obbligazionisti, ovvero gli investitori che hanno acquistato titoli obbligazionari di un determinato emittente in cambio dell'impegno di quest'ultimo a garantire pagamenti di interessi regolari e la restituzione del capitale impiegato a scadenza. Se si tratta di una società quotata, gli obbligazionisti hanno la precedenza rispetto agli azionisti (stockholders) in caso di liquidazione delle sue attività. Tornando alla Grecia, non è semplice capire il numero dei bondholder (tra investitori privati e istituzionali). Si conosce però l'ammontare di obbligazioni in mano ai risparmiatori: circa 16 miliardi di euro, 1 miliardo fra gli italiani. 

CAC (CLAUSOLE DI AZIONE COLLETTIVA)

Le clausole di azione collettiva (Cac) sono norme retroattive introdotte dal governo greco per rendere obbligatorio lo scambio anche nei confronti di chi non ha aderito formalmente all'operazione. Secondo fonti di stampa, ieri Atene avrebbe attivato tali clausole: in caso di conferma l'adesione complessiva dei privati allo swap salirebbe dall'85,8% al 95,7 per cento.

CDS (CREDIT DEFAULT SWAP)

I credit default swap (Cds) sono strumenti finanziari derivati che funzionano in modo simile alle polizze assicurative. Pagando un premio, qualunque investitore istituzionale può assicurarsi contro l'insolvenza di un emittente: uno Stato o un'azienda. Se si verifica un default, chi ha venduto il Cds dovrà risarcire il danno restituendo all'investitore l'intero capitale impiegato. 
Nel caso della ristrutturazione del debito greco, l'International Swaps and Derivatives Association (Isda) ha stabilito ieri che l'operazione rappresenta un evento (credit event) tale da far scattare il pagamento su un massimo di 3,16 miliardi di dollari di contratti Cds.

COLLATERALE

Si tratta di attività finanziarie (in genere titoli, ma anche crediti vantati verso terzi) che vengono offerti in garanzia da un debitore a un ente creditore per assicurarsi un prestito. In caso di mancato rimborso del credito, il collaterale viene attribuito al creditore. Particolare importanza ha assunto il collaterale richiesto dalla Bce nelle sue operazioni di rifinanziamento alle banche a breve e lungo termine. 
Due giorni fa l'istituto di Francoforte ha chiarito che i bond di Atene saranno nuovamente ammessi come collaterale utilizzabile nelle prossime aste.

CREDIT EVENT

È l'evento che determina lo scatto (il cosiddetto «triggering») dei Credit default swap (Cds), i derivati che permettono a un investitore di assicurarsi contro l'insolvenza di un emittente. Ieri l'International Swaps and Derivatives Association (Isda) ha stabilito che l'attivazione delle clausole di azione collettiva (Cac) rappresenta un evento tale da far scattare i risarcimenti. I Cds sui bond greci sono pari a 3,16 miliardi di dollari.


da Ilsole24ore

Sfide per Atene

Come fa un paese sottoposto a dure misure di austerity fiscale a ritrovare quella crescita in grado di rendere sostenibile negli anni a venire il peso, che resta elevato, del proprio debito? Ecco tre nodi da superare.

La crescita: serve il miracolo Per centrare l'obiettivo indicato dall'Fmi di un debito pubblico al 120% del Pil (il livello attuale dell'Italia) nel 2020, cioè tra 8 anni, la crescita ellenica dovrebbe secondo gli analisti di Credit Suisse mettere a segno un incremento medio annuo dal 2014 al 2020 del 2,3%. Posto che il 2012 e il 2013 saranno anni persi dato che le stime indicano il paese ancora in profonda recessione. Uno scenario che sa di miracolistico. La storia insegna che la Grecia dal 2008 è sempre stata in recessione. Il Pil è sceso del 3,3% nel 2009; del 3,5 ne 2010 e l'ultimo trimestre del 2011 ha segnato un -7,5%, peggio delle aspettative di pochi mesi prima. Un crescendo in profondo rosso che in soldoni ha voluto dire che il prodotto interno lordo ha perso per strada qualcosa come 20-25 miliardi di euro dalla crisi Lehman. Chiedersi come farà nei prossimi anni a invertire la tendenza non è ozioso. La disoccupazione è passata dal 7,7% del 2008 al 18% stimato dall'Fmi per quest'anno. Gli investimenti in capitale fisso cadono a doppia cifra anno su anno dal 2008. I consumi privati e pubblici sono scesi nel 2011 rispettivamente del 7 e dell'8,5%. Un paese al collasso. Crescere di oltre il 2% nei prossimi anni vorrebbe dire correre a un ritmo doppio rispetto alla crescita che l'Italia (che certo non è la Grecia) ha avuto negli ultimi 15 anni.

Il deficit: la voragine Non c'è avanzo primario del bilancio pubblico di Atene almeno dal 2006. Il saldo primario è caduto del 10 e del 5% nel biennio 2009-2010. E se non si ottiene un avanzo primario il debito non può che continuare a salire. E sempre per rispettare quell'equilibrio di sostenibilità del debito posto a 120% del Pil al 2020 occorrerebbe realizzare un avanzo di bilancio dell'1,7% già nel 2013 per poi accelerare sopra il 4% negli anni dal 2014 al 2020. Vista così è fantascienza o meglio un bel libro delle illusioni.
Gli analisti del Credit Suisse hanno simulato cosa accadrebbe al debito greco se solo la crescita e il saldo primario fossero più bassi di un solo punto percentuale rispetto allo scenario base. Ebbene, la curva del debito sul Pil non scenderebbe mai sotto il 150% del Pil neppure negli anni dal 2020 al 2030. Altro che sostenibilità del debito.

La mina delle banche: 11,4 miliardi di deficit patrimoniale Le banche greche sono sull'orlo del collasso da tempo. Del resto se l'economia sprofonda per un sistema bancario chiuso come quello ellenico la sorte non può essere diversa. Basti ricordare che da tempo le banche greche dipendono per la loro tenuta dai 100 miliardi di euro di finanziamenti garantiti dalla Bce. Senza quelli gli istituti sarebbero già falliti. Le banche hanno vissuto l'emorragia o meglio la fuga dei depositanti. Oltre 40 miliardi di euro si sono volatilizzati negli ultimi anni. E le sofferenze sui prestiti sono a livelli record. Ora in più c'è la grana delle perdite sui bond di Atene che contavano per più di 38 miliardi di valore di carico sui bilanci degli istituti. Gli analisti diMediobanca Securities hanno stimato un deficit di capitale pari a 11,4 miliardi di euro dopo l'operazione del taglio del debito privato dell'altro ieri. Soldi che qualcuno dovrà mettere nelle casse delle banche. Già ma chi? Gli azionisti, lo Stato? Difficile che queste risorse si possano reperire tanto facilmente. Un'altra mina sul cammino greco.

da ilsole24ore

GRECIA IN DEFAULT

La Grecia, dopo mille parole e discussioni, è in DEFAULT ufficiale, grazie all’ISDA che ha dichiarato esigibili i diritti dei possessori dei CDS. Questo fatto cambia nuovamente le carte in tavola (ed i conti) di questa crisi. Ma sottolineo quanto ho già detto nel suindicato post. Non illudiamoci, questo default non è la parola “fine” ad una crisi che ormai ci accompagna da anni. Non è che l’ennesima puntata di un serial che durerà ancora un bel po’, visto che la Grecia NON è fuori pericolo e soprattutto il sistema economico (in primis dell’Eurozona) è ancora profondamente instabile e in difficoltà. Restate con noi e cercheremo insieme di scoprire strada facendo cosa di riserveranno i mercati nei prossimi mesi.
L'uso da parte della Grecia della clausola di azione collettiva (Cac), un dispositivo coercitivo che obbligherà i creditori privati recalcitranti a partecipare alle perdite sul debito ellenico causate dalla sua ristrutturazione, farà scattare il pagamento di 3,25 miliardi di dollari di risarcimenti da parte delle assicurazioni stipulate contro l'insolvenza di Atene. Lo ha deciso la International, Swaps & Derivative association (Isda). Dopo la determinazione di tale organismo internazionale - riporta l'agenzia Bloomberg - un totale di4.323 contratti di credit default swap (Cds) potranno essere definiti: prima del pronunciamento i cds sulla grecia erano a rincarati a un record di 7,68 miliardi di dollari in anticipi e a un premio annuale di 100mila dollari per assicurare 10 milioni di dollari di debito ellenico. La decisione dell'Isda, che ha sede a New York, è stata unanime, si legge in un comunicato. L'asta per determinare il valore che sarà recuperato - riporta l'agenzia Bloomberg - è in programma il prossimo 19 marzo all'Isda.

Nel pomeriggio la Grecia aveva approvato l'attivazione delle clausole di azione collettiva (Cac) nel quadro della ristrutturazione del debito. Le clausole di azione collettiva (Cac) obbligano i creditori privati detentori di bond che rientrano nella legge greca ad accettare obbligatoriamente lo swap sul debito. In questo caso le adesioni arriveranno al 95,7%.
Nuovi aiuti
Il Fondo monetario internazionale, proporrà un nuovo prestito alla Grecia da 38 miliardi di $ (36,7 miliardi di Euro). Lo ha annunciato il numero uno del Fmi, Christine Lagarde. «Oggi ho consultato il consiglio esecutivo del Fmi e, come discusso con il governo greco, ho intenzione di raccomandare un accordo per 28 miliardi di euro per sostenere l'ambizioso programma economico della Grecia ne prossimi quattro anni»
Ora ci sono le condizioni per il via libera finale dell'Eurozona al secondo pacchetto di aiuti alla Grecia. Lo indica il presidente Jean Claude Juncker in una nota. La Grecia, ha indicato, ha rispettato «in modo soddisfacente» quanto gli altri governi hanno chiesto come condizione per ottenere il nuovo prestito. Infine Juncker ha invitato il Fmi a contribuire in misura «importante». il Fmi deciderà giovedì prossimo, dopo la riunione dell'Eurogruppo di lunedì, ed è già chiaro che la sua eventuale partecipazione dovrebbe essere in misura inferiore a un terzo. «L'Eurogruppo è stato informato che la Grecia attiverà le clausole di azione collettiva applicabili ai bond sotto quadro legale ellenico», ha indicato Juncker.
L'annuncio di Fitch: rating declassato
La decisione era prevista, e puntualmente è arrivata. Fitch ha declassato il rating sulla Grecia da '"C" a '"insolvenza parziale" (restricted default). Con un comunicato l'agenzia ha annunciato la decisione dopo la conferma, da parte delle autorità greche e dell'Ue, della decisione di procedere con lo scambio sui titoli di Stato ellenici, che di fatto opera un consistente taglio sui pagamenti.
Venizelos: mancano sette miliardi
«Mancano sette miliardi» per raggiungere la cancellazione del 100% di 107 miliardi di debito greco. Lo ha affermato il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos durante la conferenza stampa in cui ha espresso soddisfazione per il risultato dell'operazione di bond swap. Venizelos ha comunque voluto sottolineare i detentori di bond per 7 miliardi che non hanno accettato la proposta di scambio non recupereranno il loro credito totalmente. «Alcuni possono credere» che riusciranno a ottenere un completo rimborso «ma è un pensiero ingenuo».
Adesioni all'85,2%
Ammontano all'85,8% le adesioni dei creditori privati sotto legislazione greca pari a 152 miliardi di euro allo swap obbligazionario sul debito greco mentre quelli sottoposti a legislazione internazionale hanno consegnato 20 miliardi pari al 69% del totale.
La soddisfazione di Bruxelles
La Commissione europea è «molto soddisfatta» dell'ampio e positivo risultato dello scambio di debito volontario in Grecia. Lo ha dichiarato il commissario agli Affari Economici Olli Rehn. «Ciò dimostra il forte sostegno agli accordi raggiunti in febbraio sul secondo programma per la Grecia».
fonte ilsole24ore




Cos'è la riserva frazionaria

La riserva frazionaria è legale, come era legale possedere schiavi alcuni anni or sono. La riserva frazionaria permette di prestare 5.000 quando hai solo 100 e di quei 100, nessuno è tuo. Un po’ come Gesù Cristo che da 5 pani e 2 pesci ha sfamato una moltitudine..
Il sistema della “riserva frazionaria” è una truffa. Certo si tratta di una truffa legale, come quasi tutte le truffe economiche e monetarie. Vediamo come funziona concretamente: quando depositiamo €100 in una banca commerciale, questa apre un conto corrente (c/c) a nostro nome e si impegna a custodire la nostra banconota (vedi “signoraggio”) nel suo caveau, al sicuro dai ladri¹.
Il banchiere a questo punto usa una statistica ormai centenaria che gli dice una cosa molto semplice: solo una parte del deposito appena creato verrà usata (“movimentata”) dal cliente. Quindi il banchiere sa che “quasi sicuramente” la maggior parte dei nostri soldi, dati in sua custodia, saranno immobili nel conto (nella cassaforte) per mesi, per anni. Ricordiamo che il banchiere non è proprietario della nostra moneta, dei nostri soldi, ma ne è solo custode. Ciò nonostante il banchiere considera uno spreco questa immobilità e decide di prestare quanto c’è sul nostro c/c. Oltre alla nostra “comoda disattenzione”² il banchiere ha bisogno del politico corrotto che legalizzi questa truffa con una legge creata appositamente.
Si chiama “Misure dell'accantonamento alla riserva obbligatoria” o più semplicemente “riserva frazionaria” ed è smerciata alla pubblica opinione in modo tale che appaia come una forma di tutela per il correntista.
Ormai l’arroganza del binomio banchiere-politico è tale che oltre al danno si aggiunge la beffa: palesando questa legge come un limite al potere del banchiere di creare denaro da prestare, il politico si presenta come tutore dei nostri interessi ma, per fare un esempio, è come se lo stesso politico decretasse “il numero massimo di frustate da somministrare ad uno schiavo” e nel far questo volesse il plauso pubblico per essere stato un paladino dei diritti dell’uomo.
Ma espressamente, cosa dice questa legge? Semplicemente mette un limite alla quantità minima di denaro che i banchieri devono tenere in cassa.
Questo cosa comporta per noi?
Per noi cambia poco, anzi nulla. Se 100 persone versano €100 sarebbe legittimo aspettarsi che in qualsiasi momento TUTTI i 100 neocorrentisti possano ritirare i propri €100, no? Nella realtà, il banchiere, come detto all’inizio, considera uno spreco tutto quel denaro fermo nei suoi caveaux, e dal momento che conosce (statisticamente) quanto denaro viene ritirato in media dai correntisti, presta il resto, come fosse denaro suo. Se statisticamente solo il 10% viene “movimentato” (ritirato, speso, versato, spostato, ecc..) vuol dire che la banca ha 100 c/c con €100 ognuno, quindi €10.000 e di questi €10.000 solo €1.000 servono in contanti (in cassa) per le operazioni quotidiane (il 10% che dice la famosa statistica, ricordate?).
Quindi €9.000 si possono prendere e usare (prestare) anche se non sono di proprietà della banca! Non dimenticate mai questo concetto. Ve lo immaginate il custode del parcheggio dove lasciate l’automobile mentre siete al lavoro che prende la vostra auto va in giro a caricarci della merce (anche illecita) senza dirvi nulla e senza corrispondervi nulla? Sì, è vero, la banca da un “interesse”, se “interesse” si può chiamare lo 0,0005% che danno oggi!
Cosa cambia per il banchiere?
Per il banchiere cambia molto perché più è bassa la percentuale da tenere in contanti più egli può prestare. Nel 1957 le banche erano tenute a tenere in riserva il 25% del deposito, nel 1970 erano scese al (circa) 15% e oggi solo il 2% (in alcuni casi lo 0%). Quindi oggi la banca può ricevere €10.000 e prestarne €9.800 (non suoi!) e questo grazie alla legge sulla“riserva obbligatoria o frazionaria”. Ma la truffa non finisce qui. Quei €9.800 prestati andranno prima o poi versati in un altro conto (magari della stessa banca o di altre banche ma poco cambia dato che il sistema bancario è un ”cartello”, come quello della droga). Nel nuovo c/c basterà tenere contanti per €196 (9.800x2%) e si potranno prestare i restanti €9.604 (9.800–196) e il ciclo continuerà sul nuovo conto corrente. Alla fine della fiera, partendo da €10.000, la banca potrà creare e prestare €500.000, ossia 50 volte di più e incamerare i relativi interessi. Tutto senza avere altro che i €10.000 reali iniziali (e che andavano solo custoditi!).
Ora si capisce la potenza delle banche commerciali che possono creare denaro dal nulla (o meglio: moltiplicare quello dei correntisti) con la complicità dei politici corrotti, che danno legalità alla truffa. Voi pensate che per scoprire il trucco basterà andare in 100 allo sportello per riprendersi i €100, giusto? Sbagliato. Matematicamente basterebbe che i primi 3 clienti pretendessero indietro i propri soldi per far cadere il sistema, poiché con la riserva al 2% solo i primi due [del gruppo dei cento iniziali] troverebbero ancora qualcosina.. il terzo rimarrebbe con un pugno di mosche. E così il quarto e tutti gli altri.. purtroppo il sistema accorrerebbe in soccorso della banca in difficoltà e scenderebbe in campo la Banca Centrale in persona a stampare ciò che non è mai esistito.
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¹Per non far confusione chiariamo che i ladri si riconoscono perché sono quelli vestiti male che girano fuori dall’edificio della banca, mentre qui in banca non ci sono ladri perché sono tutti vestiti bene e portano i capelli pettinati e la cravatta bella. E’ importante capire la differenza perché poi uno potrebbe confondersi.
²"Ognuno sa nell'inconscio che le banche non prestano denaro. Quando prelevate dal vostro conto di risparmio, la banca non vi dice che non potete farlo perché ha prestato i soldi a qualcun altro." [Mark Mansfield, economista]
"Temo che il cittadino comune non voglia sentirsi dire che le banche possono creare e creano denaro...” [Reginald McKenna, ex Presidente del consiglio d'amministrazione, Midlands Bank of England]

domenica 11 marzo 2012

Il Signoraggio

Il signoraggio è una truffa monetaria psicologica a cui tutti noi siamo soggetti. Questa truffa si nasconde e si potenzia dietro una cortina di silenzio e di morte e ha attraversato gli ultimi 300 anni senza lasciar trapelare nulla della propria esistenza. Si usa dire che “il più grande inganno del diavolo sia stato far credere all’umanità che lui non esiste” ed è proprio grazie a questa diabolica tecnica che il signoraggio è padrone del mondo ma in maniera trasparente per tutti noi. Non sentirai mai parlare di signoraggio in TV o sui libri, nessun cantante ci farà mai una canzone né un comico uno spettacolo. I politici non litigheranno mai per il signoraggio e non vedrai mai la Guardia di Finanza arrestare qualcuno per quest’argomento. Il signoraggio è il massimo potere del pianeta e tutti noi ne siamo schiavi. Tecnicamente il signoraggio è il lucro che si genera dal creare moneta. La legislatura internazionale prevede attualmente che siano le Banche Centrali a creare moneta, sia contante che scritturale. Un esempio chiarirà il meccanismo:
creare una moneta (sia essa di carta, in metallo o virtuale come un c/c) ha dei costi, dovuti alla materia prima, alla manodopera e ai servizi necessari di contorno, come la distribuzione, le tecniche anticontraffazione, etc.. Il costo maggiore è il materiale di cui è composta la moneta, e l’insieme di tutti i vari costi su indicati vanno a determinare il suo VALORE INTRINSECO.
La moneta però riporta sulla facciata un numero che indica un altro valore: il VALORE NOMINALE (o, per l’appunto, DI FACCIATA o anche LEGALE). I due valori (intrinseco e nominale) differiscono tra loro e la loro differenza determina quello che si chiama SIGNORAGGIO, ossia il guadagno che ha chiOvviamente chi crea moneta tende a segnare un valore nominale più alto possibile rispetto al valore intrinseco, altrimenti ci rimette (signoraggio negativo), come avviene ad esempio nel conio delle monetine da 1, 2, 5 o 10 centesimi di euro, poiché per farle occorre spendere 15 centesimi. Guarda caso il conio di monetine metalliche è riservato allo Stato e non alla BCE..
Ora vediamo ciò che avviene nella creazione della moneta-oro e della moneta-carta. Anticamente le monete metalliche erano in oro e quindi con un valore intrinseco piuttosto alto. Il “signore” che coniava queste monete imprimeva loro un valore nominale più alto per poterci guadagnare e permettersi così un “aggio” economico notevole.

Infatti questo Potente riceveva l’oro (da ricchi commercianti o direttamente da miniere) con la richiesta di convertirlo in moneta sonante e semplicemente metteva la sua effige per GARANTIRE la bontà del pezzo da lui creato (coniato). Era una sorta di garanzia e per questo aveva il suo guadagno.
In soldoni.. una moneta veniva dichiarata come contenente 10 grammi d'oro mentre in realtà ne venivano impiegati in fase di conio solo 9 grammi (con l'aggiunta di 1 grammo di metallo non nobile). La differenza tra il valore nominale dichiarato (10 grammi) e valore intrinseco effettivo (9 grammi) era il signoraggio (un grammo d’oro per moneta).
Quando all’oro si è sostituita la carta il discorso è peggiorato (per noi) e il signoraggio è arrivato a quasi il 100%.

Infatti per stampare una banconota da 5 euro o una da 500 euro bastano 30 centesimi di euro e consideriamo anche che tale banconota non è più legata all’oro (non ha più ‘copertura’ e non è più ‘convertibile’). Questo vuol dire che il Signore moderno, ossia chi oggi CREA moneta (ad esempio la BCE in Europa o la Federal Reserve negli USA) ha un potere enorme. Infatti questi organi privati (tutte le Banche Centrali sono private) possono ricattare o comunque influenzare intere Nazioni.
Basti pensare che la Banca Mondiale (di proprietà della Federal Reserve e della Banca d’Inghilterra, a loro volta tutt’e due private e padrone anche del Fondo Monetario Internazionale) nega prestiti a quei Paesi che NON ACCETTANO di privatizzare il settore dell’acqua potabile! E questo è solo un esempio.

Chi ha ben capito il meccanismo del signoraggio ora avrà anche compreso che ELIMINARE la banconota è un’azione PEGGIORATIVA in quanto sparisce, per le Signore Banche, il ‘costo’ e aumenta al 100% il signoraggio sulla moneta elettronica. Inoltre la moneta è sottoposta ad un interesse (ad. es. 3%) che fa lievitare il debito dei Cittadini di un Paese sovrano oltre il valore nominale della moneta stessa! In pratica una moneta (banconota) da 100 euro costa al cittadino 103 euro e al Banchiere solo 30 centesimi. Questo è il signoraggio.
Si potrebbe ovviare a tutto ciò in un modo molto semplice: basterebbe infatti che lo Stato, finalmente Sovrano, emettesse moneta senza debito, come fa, ad esempio, con le monete metalliche (naturalmente quelle con valore nominale maggiore del valore intrinseco, ad esempio i pezzi da 50 centesimi, 1 e 2 euro). I più smaliziati avranno capito ora la presa in giro del defunto governatore DUISENBERG nei confronti di TREMONTI quando quest'ultimo chiedeva di sostituire le monete metalliche da 1 e 2 euro con banconote di pari valore e l'ex governatore (morto in circostanze misteriose) rispose dicendo: "Ma il sig. Tremonti sa che così facendo il suo Paese perderebbe il diritto di signoraggio sulla massa di denaro sostituita?".
Dal momento che la banconota non ha un corrispettivo in oro (le banconote sono convertibili in dollari USA ma dal 1971 il Dollaro USA non è più convertibile in oro) non c’è ragione che ad emetterla sia una entità privata né tanto meno che questa entità abbia un monopolio su tale emissione. Inoltre le spese per servire questo prestito (interesse) sarebbero evitate e lo Stato, ovvero tutti noi, avrebbe la REALE autonomia di gestione del Paese.
Chi teme che lo Stato possa in qualche modo iniziare a stampare moneta fuori misura e fuori controllo è una persona che non ha fiducia nello Stato.
Sappiamo bene che i politici nostrani sono collusi con ogni interesse immaginabile (banche, petrolio, armi, droga, prostituzione ecc..) ma la domanda che dobbiamo porci è molto semplice:

Perché un politico dovrebbe RIFIUTARE la responsabilità di creare denaro per il popolo?

Se egli è onesto non ci dovrebbero essere problemi poiché opererà secondo ETICA e REGOLE corrette e democratiche. Solo un politico disonesto, con un ultimo barlume di sincerità dirà: “No, guarda.. non darmi questa stampante in mano perché mi conosco e mi stamperei montagne di soldi per me e i miei amichetti!”.
Fortunatamente in questo caso la soluzione è semplice: si ringrazia e si manda a casa l’individuo prima che possa fare, per sua stessa ammissione, dei danni terribili.
L’ultimo caso è che il politico sia effettivamente disonesto..
Ma se è disonesto perché dovrebbe rifiutare una così ghiotta occasione?
Non per remore morali in quanto abbiamo detto che è già disonesto.
Se non lo fosse (disonesto) accetterebbe subito la stampante e si comporterebbe come i tanto decantati Governatori di una qualsiasi e privatissima Banca Centrale, ai quali è riconosciuta stima e saggezza fuori dall’ordinario e notoriamente operano secondo il bene della Comunità.
Einaudi ebbe a dire:”Alla scarsità dell’oro si è sostituita la saggezza del governatore [della Banca Centrale, n.d.A.]” (sic!). 
Ma allora un ladro perché non ruba? Forse perché c’è un pezzo grosso molto più potente di lui? Forse c’è un’entità che NON VUOLE dargli la stampante e far si che si crei denaro per il popolo (pur con il rischio di ruberie politiche)? E questa entità superiore è onesta? Se così fosse DOVREMMO IMMEDIATAMENTE cedergli ogni potere, poiché saprebbe ben governarci, di sicuro meglio del politico di cui sopra, o no? E se fosse invece disonesta perché ha in mano la stampante e affama il popolo facendolo vivere in un regime di anemia finanziaria? E questa entità superiore disonesta tanto, anzi più, del politico chi è se non Il Grasso Bankiere©?
E’ evidente che il politico NON VUOLE E NON PUO’ prendere la stampante in nome del popolo perché i banchieri privati internazionali NON LO PERMETTERANNO MAI.
Eleggiamo persone che sono sponsorizzate dai banchieri e che quindi non opereranno mai in un’ottica popolare ma sempre a vantaggio dei loro VERI DATORI di lavoro.
E’ pur vero che solo POLITICAMENTE si potranno invertire le cose ma per far ciò occorre la CONSAPEVOLEZZA di una grande fetta della popolazione, che sia informata, cosciente e motivata ad operare un RADICALE CAMBIAMENTO NELLA SCENA POLITICA.
A tal fine questo articolo deve essere divulgato presso il Popolo tutto, assieme ad altri scritti, libri, manifestazioni e dibattiti pubblici che spieghino quale sia LO VERO MALE DELLO MONNO e le soluzioni terribili e dolorose che si dovranno presto adottare per non cadere nel baratro.
In un prossimo articolo approfondiremo aspetti importanti della questione e chiuderemo in un terzo articolo parlando di Riserva Frazionaria, altra truffa questa, vera responsabile dell’Inflazione e del potere delle Banche Commerciali che creano denaro dal nulla tramite i Conti Correnti che ci obbligano oggi ad avere.

di Sandro Pascucci - www.signoraggio.com

venerdì 9 marzo 2012

Breaking News : Grecia


L’annuncio arriva da Atene da fonti del governo greco:“L’adesione allo Swap ha superato il 75%”.Tra gli istituti ad aver aderito, ci sono: Ageas, Allianz, Alpha Bank, Axa, Banque Postale, Bbva, Bnp Paribas, Cnp Assurances, Commerzbank, Credit Agricole, Credit Foncier, Dekabank, Deutsche Bank, Dexia, Emporiki Bank of Greece, Eurobank Efg, Banca Generali, Greylock Capital Management, Groupama, Hsbc, Ing, Intesa Sanpaolo, Kbc, Marfin Popular Bank, Metlife, National Bank of Greece, Piraeus Bank, Royal Bank of Scotland, Société Générale e Unicredit. Il Commissario agli Affari Economici dell’ Unione Europea Olli Rehn ha dichiarato: “La conversione si concluderà senza problemi”, mentre John Chambers il direttore per i debiti sovrani di Standard & Poor’s: “Nonostante sia ad un passo dall’abisso, la possibilità che la Grecia vada in fallimento è difficile”. Secondo Mario Monti le adesioni allo swap greco superano il 60%, lo ha detto al termine della bilaterale con il governo serbo.
E anche secondo Charles Dallara il presidente dell’ IIF ( Istituto di Finanza Internazionale ), la partecipazione dei creditori privati allo swap del debito greco è «largamente al di sopra del 50%». «Sono ottimista sul fatto che riusciremo ad arrivare a un accordo nelle prossime ore», ha dichiarato alla stampa Dallara, senza tuttavia fornire dati aggiornati sul numero delle banche disposte a sottoscrivere l’intesa
Comunque stasera dopo le ore 21:00 si potrebbero avere delle anticipazioni su come è andato il raggiungimento del quorum, ma i dati saranno pubblicati domattina 9 marzo alle ore 07:00 QUI.
E siamo giunti all’ora X.
Due settimane di tira e molla e ora la grecia saprà a cosa va in contro: le soluzioni sono il probabile ritorno alla dracma con un default incontrollato, oppure la sottomissione totale imposta da Bruxelles, ma la salvezza della zona EU.

Il tutto dipende da come andrà il Psi, che si chiuderà alle 21

.Per chi non lo sapesse è il significato di “Private sector involvement” per il coinvolgimento dei creditori privati nel salvataggio del Paese.
In poche parole, sia le banche che i fondi di investimento che le assicurazioni e anche i risparmiatori non istituzionali che hanno in mano titoli di Stato greci sono chiamati ad accettare un taglio del valore nominale pari al 53,3%. ciò significa perdere circa il 75% dei loro soldi investiti.
Questo tipo di operazione avviene attraverso lo scambio detto appunto swap dei titoli in portafoglio con altri bond a scadenza più lunga e rendimento più basso, tipo quello che è successo in argentina e ne so qualche cosa visto che non ho aderito caparbiamente e mi ritrovo con i bond originali a valore ZERO( confido negli avvocati anche se… non mi aspetto più nulla).
Se tutto andrà come nel verso giusto, debito pubblico greco sarà meno pesante e verrà ridotto di circa 100 miliardi di euro, ritornando in parte alla sostenibilità in rapporto al Pil.
Ma c’è altro: la settimana scorsa i leader dell’eurozona hanno subordinato al successo del piano un’esborso del nuovo pacchetto d’aiuti internazionali destinato ad Atene (130 miliardi di euro). ed è per questo motivo che è necessario che l’adesione l’adesione dei creditori privati sia almeno del 90%.

Da fonti giunte direttamente da Atene dal sito internet ellenico BankingNews e segnalate dal nostro sito su Finanzaonline, che negli ultimi giorni è stato spesso utilizzato come barometro dell’accoglienza all’operazione. Secondo il sito web le adesioni all´offerta avrebbero già raggiunto il 76,6% del totale, avvicinandosi alla soglia di adesione richiesta dal governo greco e posta al 90 per cento. Ricordo che ieri c’è stato anche il via libera da ben 32 banche, comprese le italiane Unicredit, Intesa SanPaolo e Banca Generali.
Quindi sembrerebbe fatta se teniamo conto della notizia visto che il computo finale non sarebbe sotto il 75%. Quindi niente tsunami della bancarotta incontrollata. Ora dobbiamo sperare di raggiungere il 90% anche perchè se invece si rimane fra il 75 e il 90%, allora la partita si farà davvero complicata.

ATENE E’ COMUNQUE IN GRADO DI IMPORRE L’ADESIONE
Come ho già detto diverse volte, nel caso che non ci siano i paramentri di adesione stabiliti, Atene potrebbe attivare quelle che si chiamano “clausole di azione collettiva” (Cac), il che significherebbe imporre forzatamente a tutti i creditori privati di aderire allo swap e rimetterci dei soldi… tanti soldi.
I dettagli dello scambio si presenta a oggi volontario e da questo aggettivo dipende un particolare decisivo.
L’Isda (l’associazione internazionale su swap e derivati) ha stabilito una cosa importantissima, cioè che lo swap su base volontaria non costituisce un “credit event” e quindi non fa scattare i rimborsi sui Cds.
Il Cds non è altro che il “credit defaultswaps” e indica dei titoli derivati che funzionano come assicurazioni sulla vita di altre obbligazioni cioè dei titoli di Stato greci.
quindi auguriamoci che ciò non succederà anche perchè se Atene dovesse obbligare i suoi creditori( come ha già minacciato il ministro greco delle finanze) ad accettare delle perdite, senza possibilità di scelta, l’Isda rivedrebbe la propria decisione:cioè l’insolvenza della Grecia sarebbe priva di ogni tipo di pagamento dei Cds diventerebbe inevitabile.
E qui scatterebbe l’ effetto domino, ecco perchè i mercati sono nervosi e ad oggi è impossibile quantificare con precisione il disastro.
Per chi non lo sa i Cds sono scambiati su un mercato non regolamentato questo tipo di mercato viene denominato “over the counter”, tutto ciò per dire che nel tempo si sono create delle interconnessioni finanziarie che è possibile ricostruire soltanto dopo.
Quindi non si può sapere con precisione chi dovrebbe pagare chi, né le somme in gioco. Per fare l’esempio a hoc, basti pensare a Lehman Brothers e alle sue ripercussioni globali proprio seguendo questo schema, quindi ci sarebbero conseguenze al livello di sistema con rischi collasso.
I creditori sanno benissimo che se non accettassero di perdere il 75% del loro investimento probabilmente lo perderebbero per intero e da un comunicato sempre fatto dalla Grecia chi non aderisce “non contempla la possibilità di mettere a disposizione risorse per i creditori privati che non aderiranno al Psi”.

giovedì 8 marzo 2012

Apple, ovvero l’ennesima catastrofe (non) annunciata

Riporto un articolo di Francesco Caruso su Apple, tutti sanno quanto io sia sempre stato convinto delle grandi performance di Apple , e per quanto storni di mercato siano sempre alle porte sopratutto per un'azione come la Apple che non paga dividendi ma paga con performance e quindi con un beta più alto e più sensibile a rallentamenti di mercato, parlare di bolla speculativa com fa Caruso mi sembra molto molto molto azzardato per molti fattori.

Prima dell'articolo date un'occhiata all'ultimo Apple Specil Event dove Tim Cook Ceo Apple ha presentato qualche numero per Apple oltre al nuovo IPad Hd

Con i suoi 505 miliardi di USD di capitalizzazione, il titolo Apple (AAPL) è arrivato a valere oggi, approssimativamente (dati ufficiali Federazione Mondiale delle Borse):
1/30 dell’intero, mostruoso debito pubblico americano
il 15% delle borse di Londra e Tokyo
il 20% delle borse di Shanghai e Hong Kong (chissà cosa ne pensa qualche miliardo di cinesi)
il 26% della borsa canadese
il 42% della borsa australiana
il 43% della borsa tedesca (chissà cosa ne pensa la Merkel)
il 46% della borsa svizzera (che forse è a sua volta un filo sopravvalutata, mi perdonino i miei amici luganesi, visto che vale una volta e mezzo quella russa e quasi come quella tedesca)
il 50% delle borse spagnola e indiana (chissà cosa ne pensa un miliardo di indiani)
il 65% della borsa russa (chissà cosa ne pensa Putin)
il 100% della borsa italiana (chissà cosa ne pensate voi).

Solo per fare un altro esempio, Apple ha 60’400 dipendenti, meno di un terzo della Fiat (quasi 200’000) che pero’ capitalizza 1/60 di Apple. Google, invece, capitalizza “solo” 200 miliardi di USD (tanto per capirci: come tre manovrone salvaitalia, oppure un po’ meno del debito pubblico greco oppure circa 1/12 dell’intero debito pubblico italiano) con 32’000 dipendenti. Viviamo in tempi interessanti.
Quando una bolla si puo’ definire tale? Ne avevo parlato a proposito dell’oro (concludendo che non era in bolla). A mio modo di vedere, una bolla ha tre “hallmarks” tecnici:
1. l’accettazione universale dell’idea di perpetuazione della salita (e mai nella storia dei mercati fu vero come lo è oggi per Apple);
2. l’ECCESSO DI PRESENZA di un asset nei portafogli (specie dei piccoli investitori), non un generico ECCESSO DI VALORE, che è solo figlio del primo;
3. una bolla per esistere ed essere tale deve FAR MALE A TANTI, quando scoppia (e quando la bolla Apple scoppierà, farà MOLTO male a MOLTI).

Apple è – a mio parere - il perfetto esempio di bolla speculativa in fase parabolica.


E’ il contrappasso dantesco del Gas Naturale, che non sale mai e che comincerà a salire solo quando l’ultimo investitore (probabilmente a leva), stremato, lo venderà vicino a zero. Provate a dire a un professionista del settore che Apple è in bolla: vi diranno che non è vero, vi diranno che Apple è un’azienda meravigliosa (e lo è senza dubbio) destinata a cannibalizzare tutte le altre aziende del settore sul mercato. E molto probabilmente per qualche mese ancora lui e tutti quelli che sono ultrabullish su Apple avranno ragione. Nessuno, men che meno il sottoscritto, ha la piu’ pallida idea di dove si concluderà questo movimento: anzi, storicamente queste situazioni perdurano ancora qualche mese prima del climax conclusivo, dopo che che qualcuno, tra lo scetticismo generale, comincia a segnalarle. Apple da mesi sale con volumi che scendono. Il ristorante alza i prezzi ma gli avventori sono sempre meno.
Ma attenzione, qui arriva l’Effetto Speciale. Apple è stata ipercomperata come adesso (RSI quarterly sopra 90) solo tre volte nel passato:
1. prima del Crash del 1987
2. sul Grande Top del 2000
3. poco prima del Crash del 2008

Apple - dati trimestrali

Questi sono i dati. Vedete voi.

Pertanto non so quando (penso non tra molto), ma ho qualche idea di piu’ su “come” si concluderà la faccenda, perché la storia si ripete e al posto di Apple, negli ultimi decenni, ci sono stati tanti meravigliosi titoli/mercati di cui si cantavano le sorti magnifiche e progressive e di cui ora si ha solo vago ricordo o che languono a decine e decine di punti percentuali da quando – anni e anni fa – gli ultimi entusiasti compratori li avevano acquistati introrno ai massimi.
Esempi sparsi.
Microsoft, che nel 2000 valeva 53 e ora 31.
Il Nasdaq, che nel 2000 valeva 5500 e ora 3000.
Worldcom – fallita
Enron – fallita
General Electric, che nel 2000 valeva 60 e ora 19
Cisco, che nel 2000 valeva 82 e ora 20
Oracle, che nel 2000 valeva 46 e ora 29
Coca Cola, che nel 1998 valeva 86 e ora 69
La borsa italiana, che nel 2000 valeva 50000 e ora poco piu’ di 16000
Buy & hold, dove sei?
Tutte aziende e mercati meravigliosi che – mentre salivano a parabola – tutti avevano in portafoglio e nessuno discuteva.
Quando un titolo arriva a capitalizzare oltre ogni senso logico, succede SEMPRE qualcosa che lo riporta sulla terra, al di là di ogni giudizio di valore sul suo prodotto. Microsoft negli ultimi 10+ anni ha fatto pena, ma i suoi prodotti li usiamo tutti. La Coca la beviamo tutti, ma è ancora sotto ai massimi di 14 anni fa. Azienda e titolo NON rappresentano sempre la stessa realtà.
Attenzione: opporsi a questi movimenti (= andare short) nella loro fase conclusiva è tuttavia come cercare di fermare un treno impazzito col pensiero. Ma lo scrivente si permette – esattamente come fece tra fine 1999 e inizio 2000 poco prima dello scoppio della bolla di Internet – di suggerire ai suoi lettori di monitorare per bene le proprie eventuali posizioni, alla vigilia di altre strombazzate magnificenze come il collocamento di Facebook, mirabolante azienda sfamatrice di popoli e genti, e magari la stessa Linkedin che – con, udite udite, ben 2116 dipendenti (!) – capitalizza piu’ di Fiat. E chissà cosa ne penserebbe la Camusso se glielo dicessero.
Perdonatemi il sarcasmo e il cinismo, non voglio mancare di rispetto a nessuno, i soldi sono sacri e i mercati sono gli unici giudici di sé stessi: ma qui su Apple siamo alla follia pura, senza che uno - dico uno solo – dei tanti paracommentatori borsistici su web o tv si sia degnato di dire una sola parola sul fatto. Non per dare suggerimenti: solo per “istruzione culturale” del povero investitore e – magari – per amore della ricerca della ragion perduta, per una volta tanto con qualche mese di anticipo sull’ennesima catastrofe che, come al solito, è davanti agli occhi di tutti ma che nessuno ha il coraggio di annunciare.

martedì 6 marzo 2012

Oil price to the roof will oil majors eps spike up as well ?

Oil prices are soaring. Does this mean that we are going to see sector upgrades to levels seen in 2008? It might seem counter-intuitive, but I say no, even with the Brent price approaching the highs of 2008.

Four years ago, strategists from the big investment houses got it wrong: they believed the oil price level was sustainable. Their estimates for EPS increased sharply for the years 2008-2010, see chart 1 below.
Those estimates almost followed the oil price level in tandem, and then a dramatic decline in oil prices changed the whole picture. Earnings ended at depressing levels compared to the hyped expectations.

This time around, I think the strategists and analysts are more reluctant to incorporate higher oil prices into their EPS estimates. Instead, I suspect they will corporate the higher oil prices in an incremental fashion. As time passes, the revenue and profits are booked, and subsequently the EPS will be revised up. There is not much “forward looking” in this, but this is what I expect at the moment. A stronger for longer situation could persuade the investment banks to change their stance and a general upgrade could emerge. I see this more as a late 2012 story.

Extracting oil costs more than it used to
The above angle was a general change of momentum. Another angle to be aware of is some structural changes over the five years. Notice that increasing oil prices do not spill over to EPS over the long period seen from 2004 - see again chart 1. There are several reasons for this phenomenon. First of all the price of extracting oil has increased, as new fields are in more difficult locations, such as deep water.

This is reflected in margins. EBITDA margins have been in the 43% level in 2006-09, but in 2010 there was a drop to the 39% level and 2011E/12E are expected at the same level. This does matter a lot for the bottom line if 4% of revenue disappears to expenses on sub suppliers etc., see table 1 on the left. Secondly, depreciation and amortisation has risen as increased investment is required to extract oil. This has put pressure on the EBIT margin, on top of the erosion on EBITDA level. The above factors are some of the reasons not to expect earnings to be revised up substantially on back of the latest oil price rally. EPS will not match the higher levels seen in 2008.

A Margaret Thatcher la TAV o TAC che si voglia non sarebbe piaciuta pernulla !


Dopo il tunnel (virtuale) tra il Gran Sasso e il CERN di Ginevra, trafficato da una miriade di neutrini, un altro tunnel è ritornato al centro dell’interesse dell’opinione pubblica, quello della TAV Torino-Lione, contestato con metodi ragionevoli dagli abitanti della Val di Susa ma anche da frange estremiste la cui protesta spesso non disdegna dallo sfociare in atti violenti o comunque inaccettabili quali blocchi stradali e ferroviari. Di fronte a progetti come questo non dovrebbe essere tuttavia difficile conseguire il consenso di gran parte dell’opinione pubblica nazionale: basta dimostrare che il gioco vale la candela, nel caso specifico che i treni futuri valgono la costruzione dei nuovi binari e che in conseguenza i nuovi binari varranno di più dei soldi necessari a costruirli.


Se si prova e si riesce a farlo, convincendo la collettività dei taxpayers, diventa molto più facile convincere anche le collettività locali i cui territori dovranno ospitare le nuove opere e sostenerne le esternalità negative ambientali senza spesso trarne vantaggi. Bisognerebbe quindi produrre dapprima solide stime sui vantaggi economici (da economista liberale preferisco in realtà chiamarli ricavi) e sui costi di ogni progetto, avendo l’avvertenza di farli produrre o almeno valutare da organismi indipendenti, che non traggano vantaggio dalla realizzazione dei medesimi.

Questo è il difetto principale del percorso decisionale delle grandi opere in Italia: chi ne trae vantaggio in genere non ne sopporta alcun onere o rischio mentre chi ne sopporta gli oneri in genere non ne trae alcun vantaggio. Inevitabile che i primi siano radicalmente d’accordo e i secondi radicalmente contrari e che il dibattito tra gli uni e gli altri sia un dialogo tra sordi. E anche inevitabile che quando prevalgono i primi si facciano opere inutili, o utili ma a costi esorbitanti, facendo giocare molto poco il taxpayer e addebitandogli molte candele. Oppure, quando prevalgono i secondi, che non si riescano a fare opere caratterizzate da vantaggi che eccedono nettamente i costi. Veniamo al caso specifico della TAV: i valsusini ci perdono solamente dato che l’opera verrà fatta sul loro territorio ma non lo servirà, favorendo (forse) il trasporto passeggeri e merci ma solo su distanze molto più lunghe; i diversi livelli di governo del Piemonte (città e provincia di Torino, regione) ci guadagnano solamente dato che la nuova opera accresce la loro dotazione infrastrutturale senza che essi debbano spendere un soldo; le imprese costruttrici e le banche finanziatrici ci guadagneranno con certezza, non sostenendo alcun rischio (interamente a carico dello stato come committente dell’opera e garante dei finanziamenti); lo stesso si verifica per FS, braccio operativo dello stato per la realizzazione dell’opera: se i costi sforeranno lo stato trasferirà le risorse aggiuntive necessarie mentre se la nuova linea non avrà traffico il bilancio di FS non ne risentirà; il contribuente italiano perde invece con certezza dato che contribuirà agli oneri senza usare l’opera (tranne forse i pochissimi connazionali che usano il TGV anziché l’aereo per andare a Parigi). Impossibile che da schemi di ripartizione vantaggi-svantaggi di questo tipo vengano fuori opere pubbliche dotate di senso economico.

Le riflessioni precedenti sembrano dar ragione alla posizione tenuta da Margaret Thatcher in relazione al progetto del tunnel sotto la Manica, quando resistette alla pressioni di Francois Mitterand per finanziare l’opera con soldi dei contribuenti di ambo gli stati. Diede il via libera, si, ma senza un penny di soldi pubblici (‘not a public penny’), preservando in tal modo i suoi contribuenti da un pessimo affare (al contrario degli 800 mila piccoli azionisti privati, soprattutto francesi, che sottoscrissero le azioni e si ritrovarono dopo pochi anni con quasi nulla):

La plus grande victoire de Thatcher est surtout d’avoir imposé à un Président français socialiste un financement 100% privé. Un choix irrévocable qui, pour la Dame de fer, doit démontrer la supériorité du libéralisme (Marc Fressoz, Le scandal Eurotunnel, Flammarion enquête,2006) .

Da questa posizione storica si può ricavare una sorta di ‘teorema Thatcher’ sulle grandi opere:

Una grande opera dovrebbe essere sostenuta da una grande domanda dei suoi potenziali utilizzatori.
Una grande opera senza grande domanda è un grande spreco e nessun privato sarà mai disponibile ad assumerne gli oneri di realizzazione e sfruttamento economico.
Una grande opera con grande domanda è ripagabile con i futuri proventi da pedaggi e può quindi essere realizzata e gestita in project financing da operatori privati in concessione, senza necessità di assunzioni di rischi ed oneri in capo al settore pubblico.
Questi sono gli insegnamenti principali della posizione della Thatcher in relazione al Channel Tunnel che non solo non sono stati colti ma neppure meditati nell’esperienza italiana delle grandi opere. E’ evidente che la Tav Torino-Lione non supera il Thatcher test e che nessun privato si accollerebbe mai il rischio di costruzione ed esercizio dell’infrastruttura senza garanzie e contributi pubblici rilevanti. Appurato questo bisogna tuttavia considerare che i contribuenti italiani non sono (purtroppo) se non in quantità molto ridotta thatcheriani convinti e possono quindi essere persuasi a contribuire a una grande opera. Bisogna tuttavia che essa sia giustificata dai numeri, non dalle opinioni, e i numeri debbono essere oggettivi, neutrali e certificati e non opinioni travestite. Sinora, tuttavia, numeri oggettivi, certificati e non di parte non se ne sono visti.

Diversi dubbi economici affliggono in realtà il progetto TAV. La nuova linea prevista migliorerebbe infatti l’offerta sia per quanto riguarda la qualità dei collegamenti (tempi di percorrenza) sia la quantità (crescita della capacità). Tuttavia la crescita della capacità si giustifica se una domanda crescente nel tempo rischia di saturare la capacità esistente, ma non è questo il caso della linea esistente la cui domanda è declinante da diversi anni e la sua capacità un multiplo della domanda attuale con una domanda molto più forte nei valichi svizzeri. Quanto alla qualità è evidente che la riduzione dei tempi di percorrenza garantita da linee ad alta velocità interessa il trasporto passeggeri ma non quello merci. E il trasporto internazionale passeggeri su questa linea è ridotto: nel 2000 vi erano quattro treni al giorno in entrambe le direzioni, due TGV Milano-Lione-Parigi e due EC Milano-Lione. Oggi vi sono solo tre TGV quotidiani da 360 posti sul percorso Milano-Lione-Parigi, offerti dalla sola SNCF (anche se in crescita rispetto ai due dell’orario 2011).

Tuttavia questi treni non usano la tratta italiana ad alta velocità disponibile tra Torino e Milano ma la vecchia linea normale, impiegando un’ora e mezza tra le due città a fronte dei 54 minuti dei treni Frecciarossa di Trenitalia. Ma le linee AV non dovrebbero servire per la circolazione dei treni AV? E se i treni AV attuali tra Milano e Parigi non usano i quasi 150 km di linea AV esistente tra Milano e Torino, costati 8 miliardi di euro, perché mai avrebbero bisogno di altri 60 km di linea AV sotto le Alpi, il cui costo è ragionevolmente stimabile in almeno altri 8 o 10 miliardi di euro?

lunedì 5 marzo 2012

EUR/USD

A seguito della operazione di LTRO effettuata con successo la scorsa settimana da parte della BCE vorrei modificare leggermente le previsioni sull’euro per i prossimi mesi. L’opinione prevalente resta sempre impostata al ridimensionamento dell’euro nel corso del 2012 ma il ribasso sarà spostato in avanti nel tempo con obbiettivo posizionato a quota 1,200 – 1,2500.

Nel breve termine l’euro dollaro resterà stabile. Una delle ragioni più importanti per il ridimensionamento dell’euro è rappresentata dalla politica monetaria della BCE che nei prossimi mesi avrebbe dovuto intraprendere un’azione più aggressiva. L’efficacia ed il successo dell’operazione LTRO hanno mostrato che i problemi di finanziamento del sistema bancario sono sostanzialmente diminuiti a seguito di queste operazioni e credo che la BCE potrà avere un atteggiamento sui tassi più moderato effettuando solo un ridimensionamento dei tassi di 0,25 % nel corso del 2012. Ulteriormente dopo la decisione di approvare il secondo pacchetto di salvataggio da parte della UE alla Grecia i rischi sono diminuiti e quindi una fase di relativa calma sui mercati finanziari è possibile.

In questo periodo l’euro dollaro resterà inserito nella fascia di oscillazione tra quota 1,300 e quota 1,3500. L’assenza di notizie per l’euro potrà essere considerata come favorevole e ricordiamoci che stiamo vivendo la fase di “Sweet Spot” come indicato da qualche settimana, guidata dal rimbalzo dei dati sulla crescita e dalla bassa inflazione, con le banche centrali che continuano ad immettere liquidità nei mercati. Siccome molti operatori hanno perso l’opportunità di partecipare al miglioramento dei titoli obbligazionari dei paesi periferici , ritengo che in questa fase cercheranno di entrare in questo mercato sostenendo quindi i prezzi e di conseguenza l’euro, come evidenziato dal grafico. Non credo però che la previsione per un ridimensionamento dell’euro possa essere modificata, ma è solo spostata in avanti nel tempo.

In effetti le problematiche strutturali dell’euro sono ancora tutte irrisolte. Il “Gap” competitivo tra i paesi “core” ed i paesi “periferici” della zona euro resta presente. Dopo le operazioni LTRO il sistema bancario europeo resta maggiormente esposto verso i titoli del debito pubblico ed è chiaro che la BCE ha una posizione privilegiata rispetto agli altri credito, ma la Germania continua ad opporsi ad un ampliamento del fondo ESM. Se nei prossimi mesi si presenterà un ulteriore momento di difficoltà dei paesi periferici il sistema bancario sarà maggiormente vulnerabile ed il fondo ESM non sarà sufficiente.

Direi che uno dei fattori scatenanti per l’euro potrà essere rappresentato dai dati economici riguardanti la crescita per il 2° semestre 2012 che dovrebbero evidenziare un peggioramento. In un contesto di bassa crescita , il rapporto Debito-Pil avrà difficoltà a restare sotto controllo e ci sono solo tre strade per gestire questa questione: più austerità, ulteriori salvataggi e migliore competitività. Di queste opzioni solo l’ultima sembra essere quella percorribile e credo quindi che l’euro potrà oscillare al ribasso contro dollaro e contro le altre principali valute se la zona euro vorrà restare sotto l’attuale forma.

I dati più importanti che potranno essere verificati in questa fase di mercato saranno quelli riguardanti la crescita (PMI) e se come credo la crescita mostrerà attraverso questo settore economico il peggioramento, l’euro potrà andare sotto pressione.
GBPAnche per la sterlina resta valida l’analisi effettuata per il dollaro. La stabilità che si potrà verificare sull’euro porterà la valuta inglese ad oscillare all’interno della fascia tra quota 0,8250 e quota 0,8550 per i prossimi mesi. Il ridimensionamento dell’euro ed il conseguente miglioramento della sterlina verso quota 0,800 sarà solo spostato in avanti nel tempo.

domenica 4 marzo 2012

L'inaffidabilità delle agenzie di Rating

Nelle nostre conversazioni usiamo spesso l'espressione eterogenesi dei fini. Il significato di questa espressione è semplice: un costrutto umano, istituzione, associazione, ecc., nato per perseguire determinati fini, strada facendo ne persegue altri. Gli esempi in proposito sono moltissimi, ciascuno di noi potrebbe ricordarne a iosa. Si potrebbe dire che l'eterogenesi dei fini è talmente diffusa da essere non una patologia della società, ma un aspetto della sua fisiologica vita.

A questo penso quando leggo o ascolto le notizie sulle agenzie di rating e sui commenti che la loro azione provoca. Perché? Perché esse, alla loro nascita, che può collocarsi agli inizi del Novecento negli Stati Uniti, erano state concepite da dei veri e propri innovatori del sistema capitalistico, innovatori che erano anche dei moralisti. Non a caso nascono dopo la grande tempesta della speculazione finanziaria di fine Ottocento e dei primi del Novecento scatenata dai cosiddetti Robbers Barons contro i quali la magistrale penna di Thorstein Veblen scrisse pagine esemplari in The Theory of the Leisure Class.

Di che cosa si trattava? Si trattava di trovare un mezzo grazie a cui non si potessero più venderelemmons, ossia detto in parole povere "sole", a investitori malcapitati e sprovveduti. Le società che vendevano azioni erano sottoposte a un rating, cioè a una valutazione classificatoria che ne misurava il grado di affidabilità nel breve, nel medio e nel lungo periodo. Naturalmente tutto quello che nasce nel sistema capitalistico diventa merce e quindi via via i fondatori delle agenzie di rating, che son più o meno quelle di oggi, non solo si facevano pagare in modo continuativo dalle aziende che valutavano, ma via via che gli affari crescevano, con l'ampliarsi della borsa, inclusero nel loro capitale sociale nuovi azionisti, che spesso coincidevano e coincidono con alcune delle istituzioni che esse, un tempo, valutavano a pagamento.

Ma un'altra forza del capitalismo è anche quella di trovare una giustificazione razionale ai conflitti di interesse possibili. Questa giustificazione razionale risiede nella parabola che gli economisti liberisti spesso ripetono: se un'organizzazione che agisce sul mercato non funziona, il mercato, che è sempre razionale, ne decreterà la morte. Quindi se le agenzie di rating sono sopravvissute, che so alla delegittimazione che ebbero, per esempio, con la crisi del '29, quando un sacco di triple A crollarono rovinosamente, oppure al crollo più recente della Lehman Brothers, valutata come si fa con le stelle del firmamento, se esse non sono state eliminate dal mercato, la ragione di ciò risiede nel fatto molto semplice che sono esse stesse a fare il mercato, con una tale forza e capacità egemonica che sopravvivono a ogni forma di smentita che dallo stesso mercato (sic!) promana. Perché questo è il nodo vero: certo, il conflitto di interesse esiste, perché chi le possiede, le agenzie, può manipolare i titoli come meglio crede, ma dire ciò mi si perdoni, è cadere in una banalità.



La verità è che, per coloro che operano e credono nei cosiddetti mercati, è necessario (pena il suicidio morale) dimenticare i fallimenti delle agenzie di rating e questo perché il nuovo mercato finanziario, ormai la recente crisi lo ha dimostrato, è l'unica forma di mercato dispiegato che, per coloro che credono nella sua perfezione, non sopporta di essere messo in discussione. Infatti, questa nuova forma di mercato per continuare a esistere non ha bisogno di comportamenti virtuosi e tanto meno di morali di sostegno. Il mercato, che abbiamo in mente, che aveva bisogno di tutto ciò, era quello precedente la deregulation reaganiana, prima dell'avvento dell'Itc grazie a cui schiacciando un bottone e applicando una formula matematica compro e vendo migliaia di titoli per bilioni di dollari. Questo mercato è la quintessenza della reificazione e del rischio permanente e non ha nulla a che vedere con la struttura industriale, concreta, in carne e ossa, della società capitalistica e di ciò che rimane del mercato industriale.

Le agenzie di rating sono sopravvissute a tutti i loro smacchi, a tutte le loro failures, perché di esse vi è bisogno: sono la foglia di fico, sono come la parabola di Menenio Agrippa che giustifica lo sfruttamento di una classe sull'altra, sono come la corporate social responsability, in cui a parole primeggiavano i capi malfattori di Enron. A conferma della mia tesi cito il fatto che si è cominciato a lamentarsi delle agenzie di rating solo quando queste hanno investito i titoli del cosiddetto debito sovrano, cioè si sono mosse all'attacco degli stessi stati, fenomeno che si è accentuato quando l'indipendenza delle banche centrali dalla politica ha enormemente favorito la speculazione e la manipolazione bancaria. Ma anche qui si è proceduto per gradi. Finché gli stati erano la Thailandia o quelli dell'America del Sud, si poteva transigere. Quando invece le agenzie, spesso fortemente legate a segmenti dei partiti politici nordamericani, hanno cominciato ad attaccare gli stessi Stati Uniti e gli stati della zona Euro, valutandone, come del resto facevano già da anni, l'affidabilità finanziaria, l'allarme rosso è suonato. Un po' tardi, tuttavia.

Nel mentre, fatto inusitato, una grande parte degli investitori istituzionali ha iniziato a dubitare della stessa affidabilità delle agenzie di rating. Non si capisce ancora bene per quale ragione. Si potrà emettere un verdetto solo tra qualche tempo. Per ora basta dire che forse l'oligopolio delle agenzie si è esposto troppo e ha sottovalutato il ruolo che gli stati ancora svolgono nell'economia, tramite la tassazione e tutto ciò che cade sotto i poteri del legislativo. Le agenzie di rating dovrebbero spendere un sacco di soldi per sviluppare una così fitta rete di lobby, come del resto già fanno, che possa renderle immuni definitivamente e in ogni parte del globo, dalle rappresaglie che le classi politiche universali possono scatenare contro di loro. Ma a questo punto i costi supererebbero i favolosi guadagni che esse conseguono con le loro spericolate speculazioni.

Giulio Sapelli



giovedì 1 marzo 2012

2012 Forecast

Parola di Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di iShares, secondo cui... "Ipotizzando che l'Europa riesca a superare l’impasse con una lieve recessione, ci aspettiamo che l'economia globale vivrà una lenta ma positiva crescita”. Parola di Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di iShares, secondo cui “la fase toro di mercato che stiamo vivendo potrebbe facilmente andare avanti per il resto del 2012". "Abbiamo una visone di lungo termine positiva sull’azionario globale, che riteniamo più conveniente rispetto alle obbligazioni”, hanno continuato gli esperti. “Il comparto azionario può ulteriormente apprezzarsi nel 2012, anche se probabilmente la ricerca di rendimenti sarà più difficile rispetto a gennaio e probabilmente sarà accompagnata da una maggiore volatilità. Stante questa situazione, preferiamo assumere un’esposizione azionaria globale attraverso società a elevata capitalizzazione e con elevati dividendi, selezionando mercati sviluppati ed emergenti, e settori con basso beta". "Continuiamo a mantenere un sovrappeso sull'America Latina, che è la nostra regione preferita all'interno dei mercati emergenti, e in particolare sul Brasile. Favoriamo anche la Cina, Taiwan, e, per gli investitori più aggressivi, la Russia". "Ci aspettiamo inoltre che nei prossimi mesi i mercati rimarranno volatili. L’attuale contesto di crescita, lenta ma positiva, continua a essere di supporto per i settori a basso beta, mentre le più grandi società attive nei settori difensivi (telecom, energy e information technology) sembrano mostrare ancora valutazioni interessanti. Manteniamo una propensione per i settori più difensivi o che presentano una maggior presenza di società a larga capitalizzazione, telecom in particolare”. “Abbiamo tuttavia ancora una visione negativa del settore finanziario in generale. Crediamo che sia destinato a rimanere sotto pressione e che le aspettative di utili siano troppo elevate, alla luce del rischio europeo e dai venti contrari della crescente regolamentazione. Manteniamo una visione neutrale infine sul settore finanziario europeo, in quanto tale comparto ha drammaticamente sottoperformato i mercati sviluppati. Inoltre, continuiamo ad avere una visione più positiva sulle banche americane regionali”.

Bill Gross: meno rischio sui mercati emergenti

"I mercati finanziari e l'economia globale si trovano nel momento storico di più alto rischio". Una constatazione, quella che si legge nell'ultimo outlook di gennaio di Bill Gross (nella foto), non troppo ottimistica, vista anche la potenziale volatilità di Pimco, di cui Gross è fondatore. Secondo il noto guru dei fondi in bond, quest'anno la tendenza verterà sul "derisking"; diventa imperativo quindi abbassare la soglia di rischio nel portafoglio. Come riporta il Wall Street Journal, le conseguenze busseranno maggiormente alla porta dei mercati emergenti, dove "saremo costretti a ridurre l'esposizione a breve termine", ha dichiarato Brian Baker di Pimco (area Asia). Tra l'altro, Pimco ha già tagliato la sua esposizione verso la parte emergente, riducendola del 9% dal suo Total Return Fund.
Negli ultimi tre anni gli investitori hanno versato 29 miliardi di dollari in fondi, solo nel 2011 questi ultimi hanno acquistato per 12,5 miliardi di dollari, nonostante la crisi dell'intera Eurozona. "La quantità di denaro che è circolata dagli investitori ai fondi, nell'ultimo anno, è piuttosto barcollante", ha dichiarato Michael Herbst, di Morningstar, che descrive il mercato come un luogo in fermento, surriscaldato. Per Gross, i rischi economici attuali vanno gestiti con cautela. E non è il solo a ridurre la frequenza e l'intensità nel legame coi mercati emergenti. Ci sarebbero anche Legg Mason Inc.'s Western Asset e Alliance-Bernstein Holding LP, mentre

mercoledì 29 febbraio 2012

Piazza Affari sale anche dopo parole Bernanke

Piazza Affari sale anche dopo le parole di Bernanke e i dati macro Usa. Dopo il dato migliore delle attese sul Pil Usa relativo al quarto trimestre (+3%), l'indice Napm di Chicago, che si basa su un'indagine condotta sui direttori d'acquisto del settore manifatturiero, a febbraio è salito a 64 punti dai 60,2 punti di gennaio e oltre il consenso (62 punti). Il presidente della Fed, Ben Bernanke, non ha potuto fare a meno di osservare che continua la ripresa dell'economia Usa "ma con un andamento irregolare e modesto", un trend che fa tuttavia prevedere per il 2012 una crescita simile o leggermente superiore a quella registrata nella seconda metà del 2011 ovvero del 2,25%. Bernanke ritiene peraltro che la ripresa irregolare negli Usa debba rafforzarsi per abbassare in fretta l'inaccettabile alto livello della disoccupazione. Il calo del tasso di disoccupazione lo scorso anno è stato più rapido "di quanto avremmo potuto prevedere" ma, nonostante la crescita media mensile di 165 mila posti nel privato (260 mila solo a gennaio) "il mercato del lavoro rimane lontano dalla normalità", ha detto davanti alla commissione Servizi Finanziari della Camera Usa. Il numero uno della Fed ha però riconosciuto che il mercato del lavoro è migliorato e che il tasso di disoccupazione a febbraio è sceso all'8,3%, tuttavia "questo continuo miglioramento ha bisogno di un rafforzamento nella crescita della domanda e della produzione". Senza contare che il recente aumento del prezzo del petrolio per le tensioni internazionali può provocare un aumento dell'inflazione e una diminuzione dei consumi. "I prezzi della benzina sono saliti", ha spiegato, "e assisteremo probabilmente a un aumento temporaneo dell'inflazione, con una riduzione del potere d'acquisto dei consumatori". Per il 2012 la stima della Federal Reserve sull'inflazione negli Stati Uniti è fra l'1,4 e l'1,8%. Mentre oltre l'Atlantico, nell'area euro, "restano sfide critiche", ha aggiunto Bernanke. Ora il Ftse Mib guadagna l'1,18% e si porta a quota 16.538 punti, con Wall Street ben impostata (+0,17% il Dow Jones e +0,15% il Nasdaq Composite salito sopra i 3.000 punti a quota 3.000,11 punti per la prima volta dal 13 dicembre 2000), mentre lo spread Btp/Bund scende ulteriormente a 334 punti base dopo la seconda operazione di rifinanziamento a 3 anni della Bce (raccolti 529 miliardi di euro). "Il calo dello spread dei Paesi periferici è uno strascico dell'asta a 3 anni della Banca centrale europea di stamattina che ha avuto una partecipazione maggiore rispetto all'operazione di dicembre", afferma Chiara Cremonesi, strategist di Unicredit, prevedendo che nelle prossime settimane l'iniezione di liquidità dell'Eurotower dovrebbe "favorire il restringimento degli spread di Italia e Spagna" per quanto riguarda le scadenze brevi. L'operazione avrà un effetto "indiretto" anche sullo spread Btp/Bund a 10 anni, con "gli investitori che si muoveranno sulle curve più lunghe perché ci sarà un miglioramento del sentiment", conclude l'esperta. Il dollaro guadagna terreno sull'euro (ora il cambio è a 1,3394, in mattinata era andato sopra 1,34). "Le parole del presidente della Fed sul mercato del lavoro Usa hanno provocato una speculazione sul fatto che non ci sarà un QE3", sostiene una forex strategist.

Francesca Gerosa MF online source

2012 i gestori puntano sul Brasile

Parola di Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di iShares, secondo cui... "Ipotizzando che l'Europa riesca a superare l’impasse con una lieve recessione, ci aspettiamo che l'economia globale vivrà una lenta ma positiva crescita”. Parola di Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di iShares, secondo cui “la fase toro di mercato che stiamo vivendo potrebbe facilmente andare avanti per il resto del 2012". "Abbiamo una visone di lungo termine positiva sull’azionario globale, che riteniamo più conveniente rispetto alle obbligazioni”, hanno continuato gli esperti. “Il comparto azionario può ulteriormente apprezzarsi nel 2012, anche se probabilmente la ricerca di rendimenti sarà più difficile rispetto a gennaio e probabilmente sarà accompagnata da una maggiore volatilità. Stante questa situazione, preferiamo assumere un’esposizione azionaria globale attraverso società a elevata capitalizzazione e con elevati dividendi, selezionando mercati sviluppati ed emergenti, e settori con basso beta". "Continuiamo a mantenere un sovrappeso sull'America Latina, che è la nostra regione preferita all'interno dei mercati emergenti, e in particolare sul Brasile. Favoriamo anche la Cina, Taiwan, e, per gli investitori più aggressivi, la Russia". "Ci aspettiamo inoltre che nei prossimi mesi i mercati rimarranno volatili. L’attuale contesto di crescita, lenta ma positiva, continua a essere di supporto per i settori a basso beta, mentre le più grandi società attive nei settori difensivi (telecom, energy e information technology) sembrano mostrare ancora valutazioni interessanti. Manteniamo una propensione per i settori più difensivi o che presentano una maggior presenza di società a larga capitalizzazione, telecom in particolare”. “Abbiamo tuttavia ancora una visione negativa del settore finanziario in generale. Crediamo che sia destinato a rimanere sotto pressione e che le aspettative di utili siano troppo elevate, alla luce del rischio europeo e dai venti contrari della crescente regolamentazione. Manteniamo una visione neutrale infine sul settore finanziario europeo, in quanto tale comparto ha drammaticamente sottoperformato i mercati sviluppati. Inoltre, continuiamo ad avere una visione più positiva sulle banche americane regionali”.

L'imbecille del Giorno

Continuo a pensare a quell'i*******e che sulla BBC a settembre aveva detto di essere contro il mercato perche lo stock market era morto ! Questo uomo dovrebbe essere incarcerato per aver cercato di portare ulteriore panico nelle borse di quei giorni , ma poi penso e mi vien da sorridere perché da quel giorno di settembre le borse hanno recuperato no poco direi come si vede dall'indice americano ma anche da quello italiano 

                             26/09/2011                29/02/2012 
Dow Jones                   11043                       13000       17.72% 
Ftse Mib 40                  14118                        16401       16.17% 


mi viene un brivido a pensare a tutti quelli che hanno continuato a scommettere contro il mercato in questi ultimi 5 mesi, come dice il signor Alessio Rastagni ( che si sara fatto non poco male a cercare di coprire i suoi short a mercato )... si forse una correzione ora ci puo stare certo, ma parlare della fine dello Stock Market in una televisione come quello della BBC, mi chiedo davvero perché diano la parola a certa gente.


.....Ovviamente la storia e finita cosi... quest'uomo ha un libro da vendere !!!
just say buy my fucking book ! Evitiamo di fare il Gordon Gekko della situazione ! Secondo a parte fare incazzare alcune persone , far panicare qualche poveretto che non sa leggere la situazione che altro motivo avrebbero queste dubbie comparse su canali pubblici ? Beh d'altronde fare l'amateur trader non è proprio essere il trader di un hedge fund ma neanceh essere chiamato con un misero day trader no AMATEUR TRADER lui che prevede il crollo mondiale! ! dovresti andare su torta di riso non alla BBC saresti messo subito nella rubrica :"IMBECILLE DEL GIORNO" !!!

Eurozona 2012 in salita

Mentre ancora non riesce a superare del tutto la crisi greca, l'Eurozona entra ufficialmente in recessione: con una contrazione dello 0,3% e otto Paesi su 17 in terreno negativo, Bruxelles decreta lo stato d'emergenza dell'economia di Eurolandia e non dà speranze per i primi sei mesi del 2012.
Qualche spiraglio nel secondo semestre, ma tutto è nelle mani dei governi che devono far ripartire le loro locomotive, senza distrarsi dallo sforzo di risanamento dei conti, e cercando di rafforzare gli strumenti anticontagio come il fondo salva-Stati, che per la Commissione Ue è una priorità.
"L'inattesa stagnazione della ripresa a fine 2011 si estenderà ai primi sei mesi del 2012" portando la crescita dell'Eurozona a contrarsi dello 0,3%: così Bruxelles ha rivisto al ribasso le previsioni dell'autunno, che davano un +0,5%. "Il circolo vizioso composto da crisi dei debiti, mercati fragili ed economia reale che rallenta non si è interrotto" come sperava l'Unione Europea. Anzi, è peggiorato anche a causa di "misure addizionali di rigore prese da alcuni Stati molto indebitati, che hanno avuto un impatto sulle prospettive di crescita a breve termine". Una ripresa si potrà avere soltanto nella seconda metà del 2012, ma "più modesta e più in ritardo di quanto era stato previsto lo scorso autunno". E ciò anche in virtù della crisi greca che non trova una soluzione definitiva, ha spiegato ieri il commissario agli affari economici Olli Rehn. Sono otto i Paesi della zona Euro in recessione nel 2012: Italia (-1,3%), Spagna (-1,0%), Belgio (-0,1%), Olanda (-0,9%), Cipro (-0,5%), Slovenia (-0,1%), e naturalmente Grecia (-4,4%), per il quinto anno in recessione, e Portogallo (-3,3%), già sotto programma di aiuti.
E se la crisi dei debiti non si dovesse placare, con i mercati ancora fragili, per Bruxelles ci sarebbe un collasso della domanda che scatenerebbe una recessione profonda e prolungata che non risparmierebbe nemmeno chi, come Germania (+0,6%) e Francia (+0,4%), finora non sono state toccate dalla recessione.
Per questo "occorre rafforzare il firewall", anche "per tornare alla crescita", ha detto Rehn, spiegando che un progresso in tal senso c'é stato ma "non è ancora sufficiente".
Il muro anti-contagio è all'ordine del giorno del summit Ue del 1-2 marzo, ma la Germania continua ad opporsi ad ogni idea di aumentare la capacità del fondo Esm, attualmente dotato di 500 miliardi di euro e che molti vogliono portare a 750, sommando ciò che resta del fondo salva-Stati temporaneo Efsf

martedì 28 febbraio 2012

Scommettitori ancora scettici sul futuro di Atene (e su quello dell’euro)

Grecia sempre in bilico, con il rischio concreto che il crac ellenico trascini con sé qualche altro pezzo di Eurozona o almeno ponga fine all’esperienza della moneta unica così come siamo stati abituati a conoscerla. La momentanea tregua sui conti pubblici di Atene non convince i bookmakers stranieri, che almeno a giudicare dalle quote continuano credere nel default.
Secondo la piattaforma statunitense Intrade, dove si possono comprare opzioni virtuali relative a un evento politico, la Grecia ha ancora il 70 per cento di possibilità di fallire entro la fine di quest’anno, che scendono al 56 per cento (scommessa pagata un po’ di più) per chi punta al crac nel primo semestre.
Nella classifica dei possibili default europei stilata dall’operatore nessuno insidia il primato di Atene: gli inseguitori più vicini sono ilPortogallo (con il 22 per cento di probabilità di fallire entro dicembre), la Spagna (15 per cento) e l’Italia, scesa con l’insediamento di Mario Monti dal 23 al 12,5 per cento.
Che il fallimento di Stato arrivi o non arrivi, secondo gli esperti dell’azzardo, è molto probabile che l’assetto dell’area euro sia destinato comunque a cambiare, con l’abbandono della moneta unica da parte di uno o più Paesi. Anche in questo caso, gli indiziportano verso la Grecia.
Sulla lavagna di William Hill, uno dei principali scommettitori inglesi,chi punta 10 euro sul ritorno della dracma ne guadagnerebbe appena 4. Percentuali negative anche su BetVictor (1/6) e PaddyPower): il banco, insomma, non è disposto a pagare eventuali vincite su un’ipotesi che giudica probabilissima.
Unica eccezione, per ora, la sigla StanJames che offre a 1,62 l’uscita della Grecia dall’euro entro la fine del 2012, mentre la sua “sopravvivenza” è bancata a 2,20.
Nella lista dei possibili ritorni stilata dai bookies compare anche la cara vecchia lira (un suo eventuale ripristino già a partire da quest’anno vale da 6 a 12 volte la posta), lo scellino austriaco (da 10 a 14) e l’escudo portoghese (moltiplicherebbe per 8 la puntata secondo tutti gli operatori).
Anche secondo Intrade è ormai scontato che almeno uno degli Stati europei abbandoni la moneta unica: sull’opzione ormai occorre puntare 6 dollari per vincerne 5